ALESSIO ARENA, VINCITORE DEL FESTIVAL MUSICULTURA 2013

Alessio Arena

Vive in Spagna a Barcellona da ormai 7 anni in pianta stabile, si occupa di teatro sperimentale e di scrittura ma da 2 anni ha ampliato i suoi orizzonti artistici alla musica.

Una timbrica vocale androgina che sperimenta vari linguaggi, l'Italiano, il Catalano, filologo per formazione Alessio reduce dalla vittoria assoluta del premio che fu "Recanati" e che oggi si chiama "Festival Musicultura". Premio vinto in passato da nomi importantissimi del panorama discografico Itlaiano (C. Consoli, S. Cristicchi, etc.). Facciamo due chiacchiere con Alessio all'alba del trionfo di Macerata.

- Come sei arrivato alla musica, quale è stato il tuo percorso fin qui.

- Ho iniziato con la scrittura, termine che preferisco a "letteratura" che è invece appannaggio dei critici e quasi mai degli autori. Nel 2009 è uscito il primo romanzo "L'infanzia delle cose" (Manni, Premio Giuseppe Giusti Opera Prima) e l'anno dopo, "Il mio cuore è un mandarino acerbo" (Zona/Novevolt, 2010). Entrambe le storie sono piene di musica, o almeno è quello che ho tentato di fare, prima di decidere di prendere la chitarra, e inscenare il mio primo streap-tease emotivo, cantando davanti ad un pubblico.

- Quali artisti hanno ispirato la tua creatività?

- Da adolescente (introverso, timido cronico, un bel guaio, insomma) ho ascoltato tantissima musica e letto qualsiasi cosa mi capitasse tra le mani. Ho una passione per la musica d'autore americana, intendendo con questo termine, l'espressività musicale di tutto un continente, che va dall'Argentina al Venezuela. Amo Jorge Drexler, mostro sacro del cantautorato ispanico, ma anche Fabi, Gazzè. In letteratura sono legato all'esperienza artistica di Reinaldo Arenas, scrittore cubano del quale ho tradotto anche qualche testo, e al quale ho dedicato il primo romanzo.

- In Spagna come ci sei arrivato?

- Mi ci hanno portato a sei anni. Mia madre viveva a Barcellona, e io mi dividevo tra il mio quartiere d'origine a Napoli (la Sanità), dove stavo con i nonni, e la capitale catalana. Il mio rapporto con la città che ospitava mia madre era molto controverso. Non amavo il posto dove mi si obbligava a stare più volte l'anno. Poi invece mi sono accorto che stava diventando la mia casa, ho cominciato a parlare la sua lingua...

- Hai mai pensato di tornare in Italia?

Ci torno spessissimo. Non sopporterei di vivere in un posto troppo lontano dall'Italia, o meglio, diciamola tutta, da Napoli. Nei miei concerti a Barcellona propongo un repertorio che include sempre canzoni in italiano e in napoletano. Da casa mia continuo a scrivere testi che, nelle occasioni più felici, arrivano ad essere rappresentate in Italia, e succede lo stesso con i romanzi. Il cordone ombelicale, dunque, non è mai stato reciso.

- Cosa significa questo premio per te?

- Nelle serate finali, davanti a 3.500 persone, è stata una cosa meravigliosa. Ma l'ho fatto con la stessa dignità rispetto e gratitudine che sento quando canto nei locali mezzi vuoti.

- Quali sono i tuoi obiettivi, hai un progetto che sogni di realizzare?

- Continuare ad avere qualcosa da raccontare, senza presumere di essere necessario a nessuno, di fare arte. Insomma arrivare a qualcuno, dire un fatto che uno ascolta e fa suo. È la sfida più bella che potessi propormi.

- I tuoi progetti passati?

Ho inciso due dischi a Barcellona, con la pianista catalana Clara Peya, e in collaborazione con una jazz singer che fa molto parlare di sé, il cui nome è Judit Neddermann. Entrambi i dischi sono usciti con l'etichetta catalana Nomada 57. Di mio, oltre ai libri, e a qualche testo teatrale debuttato a Madrid (produzioni di Nudo Teatro, una sala coraggiosissima) è uscito l'EP "Autorretrato de ciudad invisible". In cantiere c'è il primo album, "Bestiari(o) familiar(e)".

- Che rapporto hai con il web, hai un sito web?

Spesso è davvero l'unico canale che ho per arrivare alla gente. Cerco di essere un discreto networker. Il mio sito è www.alessioarena.com

- I tuoi progetti futuri.

L'album, prima di tutto. Spero davvero di poterlo far ascoltare quanto prima. E un romanzo, in cui Napoli diventa una oscura città dello Sri Lanka, durante la stesura del quale, ho vissuto il momento più felice della mia vita. Magari si noterà.

- A chi dedichi la vittoria?

Alla mia famiglia di musicisti napoletani e catalani. Che vivono ogni giorno i chiaroscuri schizofrenici di questa scelta di vita.

- Questa estate dove possiamo ascoltarti dal vivo?

Per chi ama spostarsi, l'appuntamento è al MEAM (Museo d'art modern) di Barcellona, dove sarò accompagnato da una manciata di bravissimi musicisti catalani, il 24 luglio. Ho sempre la valigia pronta, però, per suonare in Italia.

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